Verticalizzare l’Europa

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Il discorso sulla crisi dell’eurozona è una riflessione di tipo macroeconomico elaborata e fatta circolare dai grandi protagonisti della doxa sulla crisi: gli economisti. Secondo tale argomentazione, la crisi è la risultante di un difetto congenito a un’Unione economica e monetaria (UEM) che cammina su una gamba sola: l’unione monetaria come prodotto federale (quindi efficace). In realtà, l’unione economica, vera e propria anatra zoppa, è unionesolo di nome, ossia la coordinazione poco integrata (e quindi poco efficace) di politiche economiche nazionali divergenti (zona monetaria subottimale). Sennonché, la mancanza di una coordinazione integrata da un lato e il fatto che gli Stati siano stati espropriati della loro “leva” monetaria dall’altro, generano automaticamente il rischio di una contraddizione sistemica insostenibile.

In mancanza di un meccanismo regolatore, l’asimmetria tra una moneta unica forte (sorretta da un mercato unico a sua volta addossato all’economia tedesca) e economie nazionali deboli (Grecia, Portogallo…) può crescere liberamente fino a un punto di rottura in cui i mercati crollano indipendentemente dalla ragione congiunturale interna o esterna. Gli Stati, avendo abdicato allo sforzo delle riforme strutturali e avendo scelto di sorreggere le proprie economie attraverso un sistema di credito a bassi tassi d’interesse, non appena è venuta meno la fiducia dei mercati (esplosione dei tassi d’interesse) si sono ritrovati in una situazione di rischio d’implosione sistemica. Questo pericolo era noto sin dall’origine e, nonostante ciò, è passato attraverso perdite e profitti in nome della moneta unica. Imprudenza di dirigenti dell’epoca sospinti dalla Storia oppure scommessa strategica che la Francia ha perso contro la Germania? Difficile dirlo. L’unica certezza è che, oggi, questo rischio è diventato realtà.

La realizzazione di un governo economico europeo è quindi presentata come l’ultimo rimedio suscettibile di poter assorbire in un colpo solo il paradosso della UEM, di offrire a quest’ultima un’unione economica degna di questo nome. In che modo? Sostanzialmente ricostruendola. Ma a questo stadio del ragionamento, gli economisti stessi capiscono che un tale salto di qualità nella costruzione europea richiede una sorta di consenso dei popoli o, perlomeno, la possibilità di sostenerlo attraverso un sistema politico legittimo, attraverso una vera e propria democrazia europea. Di qui la loro conclusione logica: l’Europa federale è l’unico sistema politico in grado di sorreggere un federalismo di bilancio.

Questo discorso sulla crisi comporta tuttavia un’ambiguità sostanziale. La democrazia europea s’inscrive nella suddetta equazione come una condizione o una variabile funzionale della risoluzione di un problema di efficienza macroeconomica. La democrazia europea non è né il principio né l’obiettivo di un progetto politico, bensì lo strumento per l’adempimento di un sistema economico, per la realizzazione di una zona monetaria ottimale. L’Europa politica si ritrova così subordinata all’Europa economica. La democrazia europea ne esce appiattita, schiacciata dalla dimensione orizzontale della politica economica e dalla sua logica d’efficienza, quella del problem-solving.

Il ribaltamento degli assi affonda le proprie radici nel “riflesso neo-funzionalista” che attraversa la storia della costruzione europea e al quale, ancora una volta, si fa ricorso. Il famoso “metodo Monnet” (un modo alternativo di definire il “metodo neo-funzionalista”), quello dei piccoli passi effettuati con prudenza e in modo sicuro grazie a delle realizzazioni di fatto, riposa, in effetti, su un presupposto geniale: l’idea che l’integrazione sovranazionale di settori mirati e ai quali le opinioni pubbliche sono poco sensibili (all’inizio il carbone e l’acciaio, poi l’economia tutta intera) crea una pressione funzionale sui settori connessi che inducono questi ultimi a integrarsi a loro volta. Si può parlare di pressione funzionale per la semplice ragione che si tratta di un meccanismo auto-generatore, autonomo dalla volontà politica dei governi. L’integrazione di un settore genera dei benefici d’efficienza per questo stesso settore, ma dà origine a delle disfunzioni nella sua area periferica, in quella zona di contiguità con i settori connessi ma non integrati. L’integrazione di questi ultimi non solo riduce queste disfunzioni ma genera a sua volta dei benefici d’efficienza supplementari per il nuovo insieme di settori integrati i quali, a loro volta, danno origine a nuove disfunzioni nelle loro aree periferiche e innescano un successivo allargamento del perimetro di integrazione. Questo svolgimento lineare e, teoricamente, senza fine è l’orizzonte dell’integrazione totale. Pertanto, secondo questa argomentazione, l’avvento della democrazia europea altro non sarebbe che la risultante di una pressione funzionale nata dall’istituzione di un governo economico europeo, mutuato a sua volta dalla pressione generata dalle disfunzioni della UEM.

Sicuramente, in questa teoria sussiste una parte di verità. Eppure si tende a dimenticare che, accanto a questa dinamica funzionale, i teorici del neo-funzionalismo si focalizzavano su un’emergenza correlata nell’ambito di una dinamica propriamente politica, ossia su un trasferimento di lealtà politica da un livello nazionale a un livello sovranazionale; cosa che però non si è mai verificata. L’interesse non crea l’identità; e, a un certo punto, i benefici d’efficacia non giustificano più i timori – reali o vagheggiati – di perdita d’identità. I popoli, sovrani e fieri, anche di fronte alle più grandi minacce, preferiscono sempre prendere il rischio di restare loro stessi piuttosto che disgregarsi per salvarsi. Potremo anche accusarli di egoismo miope oppure comprenderli in virtù dell’attaccamento irriducibile di qualunque popolo alla propria identità collettiva, alla propria dignità. Sta di fatto che, oggi, di fronte a un’Europa con le spalle al muro, il metodo Monnet rivela il proprio limite assiomatico.

È quindi giunto il tempo di mettere al centro la questione della legittimità dell’unione europea (UE). Ciò comporta la necessità di uscire dalle dispute senza fine sul diritto politico della UE, dalle discussioni ormai impantanate nell’ingegneria istituzionale e nelle argomentazioni sulla natura e la collocazione della sovranità. È giunto il tempo di affrontare con decisione la il tema della dimensione socio-politica del progetto europeo, mettendo al primo posto la questione del rapporto tra gli Europei e l’Europa.

Se l’Europa è anzitutto l’esperienza del passaggio delle frontiere e dell’alterità, è fondamentale trovare il coraggio politico di prendere atto che, a causa di evidenti barriere economiche e sociali, solo una minoranza di Europei può accedere a questa esperienza dell’Europa. La stragrande maggioranza degli Europei non vive l’Europa in questi termini, ma ne sperimenta solo le conseguenze positive o negative. Questa constatazione invoca un’inversione logica nella comprensione della posta in gioco. Occorre anzitutto capire che il potenziamento del programma di mobilità universitaria e professionale non è solo una buona idea che fa progredire l’Europa, bensì la prima condizione per l’edificazione di un “noi” europeo; è il presupposto di qualsiasi costruzione democratica praticabile. In secondo luogo è importante rilevare che un bilancio europeo sostanziale non è il traguardo finale, per ora utopico, della costruzione europea, ma la condicio sine qua non della genesi di una comunità fondata su una solidarietà politica che affonda le proprie radici nel prelievo delle tasse e nella decisione dell’allocazione del loro prodotto. Di qui la necessità di ribaltare gli assi che portanti della riflessione sulla crisi al fine di incorporare l’Europa economica nell’Europa politica, di collegare la questione del governo economico europeo alla questione della legittimità della UE. In poche parole: verticalizzare l’Europa per darle un senso, e non solo dell’interesse.

* Le site italien iMille republie en italien la tribune de Nicolas Leron « Verticaliser l’Europe » initialement publié sur Le Huffington Post. Traduction par Barbara Revelli.

* Articolo apparso Le Huffington Post, « Verticaliser l’Europe », 26 marzo 2012. Traduzione di Barbara Revelli.

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